Dietro la fatica invisibile: comprendere l’esperienza emotiva nei DSA
a cura di Elisa Bordin - Psicologa Psicoterapeuta
a cura di Elisa Bordin - Psicologa Psicoterapeuta
Quella che segue non vuole essere una spiegazione tecnica sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), ma un invito a guardare ciò che spesso rimane invisibile agli occhi, pur essendo centrale nell’esperienza di bambini e ragazzi: la fatica emotiva che accompagna l’apprendimento quotidiano.
Ciò che vorrei porre al centro di questa riflessione si può riassumere in una frase che abbiamo utilizzato per una serata al Centro Equinozio dedicata proprio a questo tema: “Dietro ogni errore c’è una fatica invisibile. Riconoscerla è il primo passo per aiutare davvero.”
Chi di noi non ha mai visto un bambino leggere a voce alta e fermarsi? Spesso arrossisce, suda, tenta e si blocca ancora. Quel gesto apparentemente semplice — leggere un testo — è, per quel bambino, una montagna da scalare. Non sta solo affrontando parole su una pagina: sta affrontando la paura di sbagliare, il timore del giudizio, la sensazione di non essere “all’altezza”.
La fatica che non si vede
I DSA non sono svogliatezza o semplice distrazione. Derivano da differenze nei circuiti cerebrali che rendono complessi processi che per molti sono automatici, come leggere, scrivere o fare calcoli.
Come osserva la prof.ssa Daniela Lucangeli, in queste condizioni il cervello, per portare a termine un compito, deve impiegare molta più energia di quanto sarebbe necessario per un altro bambino.
Proviamo a pensare alla guida: quando guidiamo da anni, possiamo ascoltare musica, dialogare, osservare il paesaggio, pur restando attenti alla strada. Ma quando siamo alle prime armi, ogni cartello, ogni semaforo, ogni svolta richiede tutta la nostra attenzione cosciente. Arriviamo a destinazione, certo, ma spesso stanchi e tesi.
Per molti bambini con DSA leggere e scrivere è un po’ così: una continua serie di “cambi di marcia” a cui prestare attenzione, mentre per altri questi passaggi sono già automatizzati e permettono di concentrarsi solo sulla “strada”. Questa fatica cronica, se non riconosciuta, non solo genera frustrazione, ma può lasciare cicatrici emotive difficili da curare.
Le parole dei bambini
Per entrare davvero in questo vissuto, riporto alcune parole raccolte nel mio lavoro:
“Sogno di leggere bene, poi mi sveglio e non è vero…”
oppure:
“Ma Elisa, ti rendi conto? Mia sorella che è più piccola di me (e anche un po’ più stupida, te lo garantisco!) legge meglio di me! Vuol dire che io sono proprio un incapace! E allora sai cosa faccio? Dico che a me non piace leggere, che non mi interessa leggere, così non leggo e sono a posto! Ma non è mica vero… lo dico solo a te…”
Questi bambini e ragazzi raccontano un’esperienza di fatica e di confronto doloroso con gli altri.
Non è solo un problema di competenza: è un vissuto emotivo complesso, fatto di vergogna, ansia, rabbia e demotivazione.
Il cervello apprende con le emozioni
Ciò che dimentichiamo spesso è che non apprendiamo solo informazioni, ma anche emozioni. Se un compito attiva paura o senso di colpa, il cervello registra quei vissuti insieme ai contenuti da apprendere. In altri termini: non solo ricorda il testo, ma ricorda l’emozione associata a quel testo.
Quando questo accade, si crea in chi apprende un vero e proprio cortocircuito emotivo: una parte del cervello, quella delle funzioni esecutive superiori, più recente, dice “Ricorda!”, mentre un’altra parte, il sistema limbico, più antico dice “Scappa!”.
In questo cortocircuito, le funzioni cognitive più evolute (memoria, attenzione, apprendimento) smettono di funzionare, perché prevale il segnale di pericolo: “Quello ti fa male”. Apprendere attivando paura e colpa non porta lontano.
Le ricerche mostrano, infatti, che, se insegniamo a un topolino a cercare cibo associando uno stimolo doloroso, l’animale non solo non impara a trovarlo, ma smette di cercarlo e di desiderarlo, nonostante sia essenziale per la sua sopravvivenza. Allo stesso modo, quando insegniamo attivando giudizio e paura, rischiamo di creare associazioni di apprendimento che allontanano, a volte azzerano, la motivazione, invece di sostenerla.
La spirale che ferisce
Questa dinamica emotiva può essere riassunta in una spirale:
errore → paura → evitamento → calo dell’autostima → ulteriore difficoltà
Non si tratta di pigrizia, ma di una strategia di sopravvivenza emotiva: evitare il compito doloroso per proteggersi. Ma ciò che sembra protezione diventa, nel tempo, un ulteriore ostacolo all’apprendimento e al benessere.
Se ogni volta che commetto un errore scolastico si attiva l’amigdala — struttura centrale nell’elaborazione della paura — il cervello impara ad anticipare che a scuola (o in quella materia, o in quel tipo di compito) si prova dolore. Di conseguenza, cercherà di evitarlo.
A questo si aggiunge una progressiva perdita di fiducia in sé, che si struttura sull’idea di essere “quelli sbagliati”, costruendo quella che Giacomo Stella definisce l’identità di chi sbaglia. E questo, inevitabilmente, aumenta la probabilità di nuove difficoltà e nuovi errori.
La ferita della diagnosi tardiva
Quando un DSA non viene riconosciuto per anni (a volte fino alle scuole secondarie o oltre) la persona porta con sé etichette dolorose: pigro, svogliato, non intelligente. Non solo ha faticato senza strumenti adeguati, ma ha costruito una narrazione di sé basata sul fallimento.
Qui si apre una ferita silenziosa: quelle stesse competenze emotive, logorate da una fatica prolungata e non compresa, possono diventare terreno fertile per ansia, tristezza e bassa autostima.
La buona notizia: non è mai troppo tardi
La fatica emotiva non è un destino inevitabile. Quando un adulto (genitore, insegnante, educatore) riconosce e nomina quella fatica, il bambino può cominciare a sentirsi visto e accompagnato, non giudicato.
Una frase semplice come “So che per te questo è difficile” può riaprire lo spazio della fiducia.
In concreto, cosa possiamo fare?
Validare la fatica: “Ti vedo, ti capisco… so che per te questo compito è difficile”
Creare occasioni di successo anche non scolastiche (arte, musica, sport)
Evitare frasi come “se ti impegnassi di più…”, spesso devastanti per l’autostima
Favorire una collaborazione reale tra scuola, famiglia e specialisti
In definitiva, prima riconosciamo la fatica, prima possiamo accompagnare e proteggere l’identità di chi impara con DSA.